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Le Big Tech e il problema dello Stato

Un breve estratto dell’articolo scritto da Alessandro Albanese Ginammi e pubblicato sul numero 86 di eastwest (novembre/dicembre 2019). La rivista può essere acquistata qui.

Come si governa il mondo?, si chiedeva Parag Khanna in un saggio del 2011. Oggi verrebbe da rispondere: con i dati. «Attori non statali diventeranno più potenti degli Stati nazionali», scriveva il politologo indiano-statunitense. Una profezia divenuta realtà con la crescita delle aziende tecnologiche americane – Google, Amazon, Facebook e Apple, note collettivamente come GAFA –, capaci ormai di influenzare la politica, l’economia e le società ad un livello transazionale.

L’Unione europea ha tentato di regolamentare il loro strapotere attraverso indagini e multe che hanno spesso inseguito l’obiettivo di favorire la concorrenza e l’innovazione attraverso una politica distruttiva: spezzare cioè la concentrazione di dati e di market power delle Big Tech. Si è invocato un nuovo Sherman Antitrust Act per i big data, spesso descritti come il “nuovo petrolio”. Un’analogia che funziona solo in parte – un barile di greggio ha un certo prezzo, ma chi saprebbe assegnare un valore preciso ad un volume di dati? – ma pur sempre molto valida. Basti pensare alla diffusione di Internet, degli smartphone e dei social media. Nel 2018 ci sono stati 5,1 miliardi di utenti mobile al mondo, oltre 100 milioni in più rispetto all’anno precedente; ci sono stati 4,3 miliardi di utenti Internet (366 milioni in più del 2017) e 3,4 miliardi di utenti sulle piattaforme social (un incremento di 288 milioni). È lo scenario ricostruito dall’ultima indagine di We Are Social e ci dice, in sostanza, che il mercato dei dati è appetibile perché è enorme. Proprio come enorme è il potere delle GAFA.

Dal grande potere delle Big Tech derivano grandi paure per gli Stati. Sorgono preoccupazioni legate sia alla sicurezza che alla tutela della privacy dei cittadini che al benessere delle aziende nazionali, minacciate dalla concorrenza dei giganti stranieri. Ed ecco che i governi tendono allora ad evitare di rivolgersi a fornitori esteri per lo sviluppo di tecnologie ed infrastrutture critiche (pensiamo al caso Huawei). Oppure ad approvare norme stringenti sulla raccolta e l’utilizzo dei dati personali. Oppure, ancora, ad innalzare barriere economiche dal sapore protezionistico: cosa dobbiamo aspettarci dalla «sovranità tecnologica» annunciata da Ursula von der Leyen per l’Europa? Non dimentichiamo che l’innovazione si fonda sulla cooperazione: muri e restrizioni di vario tipo le sono di ostacolo. Ma l’innovazione è inarrestabile.

Il rapporto tra Stati e grandi aziende tecnologiche è un tema centrale nella geopolitica contemporanea. Il caso di Libra, la criptovaluta annunciata da Facebook, costituisce un ottimo esempio.

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Questa è la newsletter dell’Istituto per la Cultura dell’Innovazione (ICINN), dedicata alla tecnologia e alla politica internazionale. Si chiama BIG DATA e ogni mese offre cinque consigli di lettura.